Il modello del comportamento umano In evidenza

Prima di tutto voglio cercare di definire e inquadrare il modello del comportamento umano, di cui la volontà è solo una delle manifestazioni, per rispondere ad alcune domande fondamentali:

Come e perché facciamo quello che facciamo?
Come mai spesso non facciamo quello che diciamo di voler fare?
Cosa significa volere una cosa?

Poiché questo non è un trattato di psicologia o etologia umana, ho ridotto secoli di ricerca scientifica di fisiologia e psicologia, con le sue infinite sfumature, a uno schema che sia il più semplice possibile, e che renda bene l’idea di come funzioniamo.

L’uomo interagisce con l’ambiente in una maniera che è semplice e complicata allo stesso tempo.

Semplice perché il modello a grandi linee è sempre lo stesso: uno o più stimoli vengono registrati dai nostri organi di senso; il nostro sistema nervoso analizza ed integra questi stimoli; dall’integrazione e dall’analisi viene generata una risposta sotto forma di pensiero, emozione, azione (o non-azione).

Complicata perché questa piccola catena di eventi può coinvolgere una quantità di stimoli, integrazioni e risposte che è immensa in termini quantitativi, molto difficile da interpretare in termini qualitativi, ed estremamente variabile nei termini temporali in cui si esprime.

Facciamo un esempio.
Quando tocchi una superficie bollente la catena di reazione è veramente molto semplice: i recettori a livello dei tuoi polpastrelli registrano uno stimolo dannoso (calore eccessivo); un circuito elettrico trasmette questo stimolo ad un gruppo di neuroni situati nella colonna vertebrale; questi neuroni stimolano i muscoli del braccio e della mano, che reagiscono allontanando il dito dall’acqua bollente. Si tratta di una reazione semplice, prevedibile, univoca, e comune a tutti coloro che hanno un sistema nervoso periferico integro.

Inoltre, avviene in molto meno di un secondo.
In effetti, quando dico “semplice” non intendo dal punto di vista biologico: anche questi riflessi innati presuppongono una complessità che è frutto di milioni di anni di evoluzione. Intendo semplice dal punto di vista “concettuale”.

Vediamo ora un altro esempio: un bambino di 6 anni riceve uno schiaffo. Anche in questo caso ci sarà un riflesso fisico di allontanamento dovuto al dolore, che viene integrato a livello dei neuroni della colonna vertebrale. Ma capitano anche molte altre cose. In alcuni centri neuronali posti a livelli superiori il bambino proverà forse rabbia, paura, vergogna, senso di colpa. In altri ancora superiori il cervello starà confrontando quell’esperienza negativa con altre precedenti, per trovare analogie e diversità. In altri centri ancora, starà analizzando la situazione per spiegarla sul piano cognitivo e impostare strategie di reazione. E tutto questo lavoro non si esaurirà probabilmente nel momento dello schiaffo, ma andrà avanti per più o meno tempo a seconda di variabili caratteriali e ambientali caratteristiche di ciascun individuo, dando luogo nel tempo a “risposte” di carattere complesso e poco prevedibili.

Questa differente complessità di relazioni e risposte con l’ambiente esterno dipende dalla struttura del nostro sistema nervoso, e rispecchia una gerarchia di interazione che possiamo dividere schematicamente in tre livelli:

Un livello di base, quello dei riflessi

Un livello intermedio, a cui appartengono istinti, impulsi ed abitudini (per motivi pratici li teniamo insieme anche se non sono esattamente la stessa cosa)

Un livello superiore, che è quello della intelligenza e della volontà. È in questo livello superiore che risiede la forza di volontà.

Mentre i primi due sono tipici di tutti gli esseri viventi, il terzo è caratteristico della sola specie umana.

Ognuno di questi livelli è più complesso del precedente, e infatti non a caso si è sviluppato più tardi nel corso dell’evoluzione; in questo sviluppo successivo ogni livello non ha semplicemente cancellato e sostituito il precedente, ma si è stratificato sopra di esso. Si è così creata una situazione in cui ogni livello incorpora il precedente, ma allo stesso tempo ne è condizionato; e infatti anche anatomicamente ciascun livello non è controllato da strutture cerebrali separate e indipendenti, ma da unità collegate fra loro, e fra le quali avviene un continuo e fitto scambio di informazioni nelle due direzioni.

Per capirci meglio, pensiamo per esempio all’istinto di conservazione: esso ci porta a evitare i pericoli, è innato, ed infatti si riscontra già nei bambini molto piccoli. Ma quello che invece il bambino piccolo non è in grado di identificare è “che cosa” costituisca un pericolo. Per farlo, il suo istinto di conservazione può essere alimentato dal basso, per esempio dal riflesso del dolore quando tocca il fuoco; ma anche dall’alto, cioè dalle strutture cognitive che analizzano e decodificano gli ordini e i divieti dei genitori.

In questa semplice struttura già si ravvisano il collegamento fra i livelli di interazione con l’ambiente e il meccanismo di come essi si condizionino a vicenda.

Ora, non voglio assolutamente sminuire l’importanza dei riflessi e il ruolo che hanno ricoperto ai fini evolutivi, e che tuttora ricoprono nel modello di interazione dell’uomo con l’ambiente. Tuttavia come esseri umani che tutti i giorni compiono scelte, siamo soprattutto condizionati dagli altri due livelli: quello degli istinti/impulsi /abitudini e quello della intelligenza / volontà.

Capire la differenza fra i due significa innanzitutto spiegare che cosa intendiamo quando diciamo frasi come “Io voglio”, “io desidero”, “mi piacerebbe”.

Dietro a queste espressioni, che usiamo in maniera intercambiabile per esprimere una preferenza, si nascondono infatti due significati profondamente diversi l’uno dall’altro.
Per spiegarti cosa intendo, è il caso che tu legga il prossimo articolo, faremo insieme un piccolo esperimento.

Pietro Sangiorgio

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